Scalatore e guida alpina, la passione di Pietro Picco per la montagna e per il suo territorio lo spinge a vivere esperienze uniche e indimenticabili
Pietro Picco, non “solo” guida alpina
Per Pietro Picco, la vetta rappresenta solo l’inizio di un’avventura. Dalle maestose cime del Monte Bianco al Cerro Torre, dal Nanga Parbat al K2, ha scalato le montagne più alte del mondo, superando ogni limite e affrontando sfide straordinarie. Per questo fa parte di Courmayeur Sport Talents, la cui madrina è Federica Brignone, progetto che punta a promuovere lo sport valorizzando gli atleti locali che ne sono i migliori ambasciatori nel mondo.
Una passione per le vette iniziando dal mare e la vela
Pietro ha una storia affascinante che inizia a Courmayeur, passa attraverso l’Inghilterra e il Sud Africa, per culminare nel suo significativo cognome, Picco. Nato a Courmayeur, ha trascorso la sua giovinezza sognando il mare e la vela: “Ho sempre pensato che si debbano seguire le proprie passioni,” afferma, e così ha scelto di studiare ingegneria navale all’Università di Southampton. Per quattro anni ha solcato le acque della costa meridionale inglese, partecipando a numerose regate, tra cui la celebre Fastnet Race, un’esperienza che ha messo alla prova i suoi limiti.
Le grandi scalate
La vita lo ha poi condotto in Sud Africa, dove ha lavorato in un cantiere navale, ma il richiamo della montagna era forte. “Tornavo spesso a casa e, durante una semplice escursione sul Monte Rosa con mio papà, ho capito che non era il mare il mio destino, bensì la montagna” e ha cambiato il corso della sua vita. “In vetta ho visto un’alba incredibile, tutte le montagne intorno immerse in un profondo rosa,” da quel momento, la vela e l’oceano sono stati sostituiti dalla passione per le montagne. “La differenza tra solcare le onde e arrampicare è molta: dopo una regata, si è distrutti fisicamente. Invece in montagna, nonostante la fatica estrema, si aprono i polmoni e la mente: per me ciò che si prova in quota è insuperabile.”
La strada per diventare guida alpina è stata impegnativa: “Sono stati tre anni di formazione e tre anni di preparazione. Per l’esame di ammissione ho dovuto scalare oltre settanta montagne, per fortuna assieme ad Arno Clivel.” Hanno affrontato la Cresta Integrale Peutérey, una sfida che pochi alpinisti osano. “Grazie a quell’esperienza ho preso gusto per l’avventura e sono stato pronto per raggiungere nuove vette”.
Una preparazione a 360 gradi
La sua preparazione è meticolosa e ogni dettaglio è pianificato prima di ogni ascensione, sia che si tratti del Cerro Torre in Patagonia o del Dhaulagiri in Nepal. Per chi affronta un’ottomila per la prima volta, la prassi è scalare prima montagne di seimila o settemila metri per testare le proprie capacità fisiche. Ma Pietro ha fatto diversamente: prima del Dhaulagiri, aveva scalato solo fino a 5.500 metri. “È stata una decisione presa all’ultimo minuto,” spiega, sottolineando come l’opportunità di scalare il Dhaulagiri fosse troppo preziosa per lasciarsela sfuggire. “Nonostante il lungo periodo di acclimatazione, ogni passo verso la vetta è stato una lotta.” Pietro ha scelto di scalare senza ossigeno supplementare, seguendo la sua filosofia puristica. “Gli ultimi metri sono stati particolarmente faticosi: dieci passi, poi una pausa, altri dieci passi,” racconta, descrivendo l’implacabile sfida di scalare un’ottomila.
Non solo scalate…
Non solo scalate: “Amo ogni attività sportiva in montagna, quindi lo scialpinismo, la mountain bike…” come dimostrato in ‘4 x 4000’, il progetto nato da un’idea dell’ultra trail Davide Cheraz, che con Pietro ha realizzato il concatenamento delle quattro vette più alte della Valle d’Aosta – Cervino, Monte Rosa, Gran Paradiso e Monte Bianco – spostandosi dall’una all’altra in bici, disponibile su Prime Video.
Con determinazione e amore per l’avventura, Pietro continua a scrivere la sua storia, che lo porterà sempre più in alto, verso nuove vette e nuove emozioni.
Arianna Pinton