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Alla scoperta della Baita Ermitage, raccontata da Andrea Savoy, terza generazione di una storia di famiglia che profuma di legna, funghi e ricordi

 

A pochi minuti da Courmayeur, a tre chilometri dal centro abitato, incastonata in un bosco silenzioso e profumato, si trova la Baita Ermitage. Un luogo che non ha bisogno di proclami, ma che conquista chi lo raggiunge con la sua autenticità.

Baita Ermitage, l’esterno

A raccontarla è Andrea Savoy, che della Baita è oggi il custode, la terza generazione di una famiglia che da quasi quarant’anni ne preserva l’identità. «La Baita è stata aperta nel 1986 da mia nonna Valentina Pellissier e nonno Aldo Savoy, poi gestita con passione da mio papà Piero», spiega Andrea. «Io l’ho rilevata nel 2021 e porto avanti questa storia con lo stesso spirito con cui è nata: famigliare, semplice, legato al territorio».

Da allora, poco è cambiato nella sostanza: «Il nostro segreto? Non inseguire mode passeggere, ma essere costanti. I clienti tornano e ci chiedono sempre gli stessi piatti: vogliono ritrovare gli stessi sapori, gli stessi profumi».

E così le polente – regine incontrastate della tavola valdostana – vengono servite con umidi, salsicce, fonduta o zuppe contadine, come l’ormai celebre “zuppa dell’Eremita”. Una cucina che non ha bisogno di spiegazioni, perché parla il linguaggio della memoria.

La Baita è aperta sia in estate sia in inverno e la clientela cambia con le stagioni: «In estate abbiamo soprattutto famiglie italiane, persone affezionate che tornano ogni anno e che magari ci conoscono da decenni. In inverno, invece, c’è più turismo internazionale. Ma in entrambi i casi si tratta di persone che cercano un posto autentico, lontano dal rumore».

L’atmosfera della Baita è intima, calda, con arredi in legno e una terrazza sospesa tra i monti, perfetta per una cena speciale. Ma la Baita Ermitage è anche un punto di partenza per escursioni indimenticabili. «Da qui partono diversi sentieri che portano al lago Liconi, alla Curba Dzeleuna, o al rifugio Bacal. Molti clienti vengono per una passeggiata, poi ritornano il pomeriggio per una merenda o per cena. È un luogo che si vive con lentezza».

A ogni racconto, Andrea lascia trasparire un legame profondo, quasi viscerale, con la sua terra e con il bosco che circonda la Baita. «Da bambino venivo qui a cercare i porcini. Ricordo ancora l’odore della terra bagnata, il silenzio del sottobosco, il profumo della cucina che mi chiamava verso casa. Quei ricordi sono il mio imprinting. E credo che anche il futuro della Baita sarà fedele a questa memoria».

Una memoria che si rinnova ogni giorno, con gesti semplici e genuini. E con la speranza che un domani, magari, sia la figlia di Andrea a continuare questa storia. Perché certi luoghi non appartengono solo a chi li possiede, ma a chi li ama davvero.

Arianna Pinton

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