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Là dove il Medioevo si ascolta, si guarda, si attraversa. C’è un castello in Valle d’Aosta che non chiede di essere visitato, ma esperito. Non si limita a mostrare il Medioevo: lo traduce in atmosfera, in simbologia, in immaginazione tattile e visiva.

Il Castello Sarriod de La Tour

A Saint-Pierre, a pochi chilometri dalla Dora Baltea, il Castello Sarriod de La Tour non appare improvvisamente: si annuncia. Prima lo sguardo cattura una massa irregolare di torri, cortili, corpi aggiunti, finestre scavate con secoli di distanza l’una dall’altra. Poi la pietra grigia si accende di toni caldi, riflessi del pomeriggio che scivolano lungo la muratura come una carezza di rame. Attorno, la quiete dei meleti e i campi ordinati che anticipano l’idea di una fortezza anomala: difensiva nella forma, domestica nell’anima.

Una stratificazione di stili

Non c’è un solo atto di nascita per il Sarriod de La Tour. Il castello nasce, si allunga, si lega, si sovrascrive. Il suo cuore più antico, il donjon, ha origini che precedono il XIV secolo. Intorno a quel primo nucleo, il maniero cresce per giustapposizioni nei secoli successivi: torri minori, scale, ambienti, collegamenti, cortili che non obbediscono a un disegno unitario ma a un principio più affascinante, quello della necessità trasformata in architettura. Il risultato è un complesso stratificato, anti-simmetrico, vivo. Una fortezza che si comporta come una frase lunga, scritta e riscritta da mani diverse, generazione dopo generazione.

L’esterno del castello

All’esterno, l’assenza di monumentalità regale è compensata da una potenza più sottile: la verità delle proporzioni medievali, l’armonia praticata più che progettata. Le finestre strombate conducono la luce verso l’interno come cannocchiali ottici, le cornici in pietra raccontano maestranze locali, gli innesti successivi non cancellano gli iniziali ma li proteggono. Il castello non teme l’imperfezione: la rivendica. Un luogo irregolare, fatto di addizioni e non di sostituzioni, che non si vergogna delle cuciture tra un’epoca e l’altra. Un monumento che non celebra la potenza del potere, ma la longevità dell’abitare.

Gli interni che sorprendono: la Sala delle Teste

Poi si entra. E qui il racconto cambia direzione: non procede più in avanti, ma verso l’alto. Il primo momento è lo stupore. Il secondo, il sorriso. Il terzo, il dubbio di essere osservati. Perché il soffitto della grande sala al piano nobile non è un soffitto qualunque: è un teatro ligneo, un’enciclopedia antropomorfa, un cielo di legno popolato da 171 mensole scolpite, ognuna diversa. Volti larghi, smorfie di scherno, musi animaleschi, figure ibride, ghigni apotropaici, espressioni buffe e feroci insieme. È la celebre Sala delle Teste, uno dei più straordinari cicli di scultura lignea medievale d’Europa. Qui non si decora: si dialoga. Il Medioevo non osserva il visitatore, gli risponde. Quelle teste non sono capricci ornamentali. Rappresentano un atlante visivo di simbologie, ammonimenti morali, allusioni animali, riferimenti popolari, immaginari ibridi in cui sacro e profano non si oppongono ma convivono con naturalezza. C’è il gusto dell’invenzione, certo, ma anche la radice didattica del Medioevo, quando l’immagine non era illustrazione, ma messaggio. E in un’epoca senza stampa, il messaggio doveva scolpire la mente, prima ancora del legno.

La Cappella affrescata

Da questa sala si scivola verso ambienti più intimi, dove il tono cambia registro. La cappella custodisce frammenti di affreschi databili tra XIII e XV secolo, superstiti a intonaci, umidità, incuria e al naturale scorrere del tempo. Non sono quadri integri: sono apparizioni. Tracciati di volti sacri, brani di azzurri, contorni di aureole, ombre di narrazioni bibliche sopravvissute come fogli strappati da un libro non più completo. Ma è proprio nella loro incompletezza che accade il prodigio: si attivano gli occhi dell’immaginazione. Il Medioevo non si guarda, si completa. Ed è a questo punto che la visita smette di essere itinerario e diventa narrazione interiore, guidata dalla mostra che abita il castello dal 2018: Visioni di Medioevo. Non una mostra da “ammirare”, ma da praticare.

La mostra Visioni di Medioevo

Visioni di Medioevo non ha l’ambizione di spiegare il Medioevo: sceglie piuttosto di farlo sentire. È un percorso immersivo, insinuato tra le stanze, che lavora per assonanze, immagini mentali, simbologie trasversali. L’intento non è didattico, ma rivelatore: condurre il visitatore a riconoscere il Medieovo non come lontananza storica, ma come grammatica universale. Il bestiario, la devozione, l’orrido, il comico, il mistero, la morale capovolta, il volto umano e quello animale, il soprannaturale e il quotidiano: sono forze profonde, non epoche polverose. Sotto le volte del castello diventano una lingua ancora leggibile.

Il percorso espositivo dialoga con l’architettura del castello

Il percorso espositivo si insinua nelle architetture e dialoga con ciò che già esiste: non sovrascrive, non incornicia, non invade. Interpreta. Le stesse mensole della Sala delle Teste non si “spiegano”: si interrogano. Gli affreschi non si analizzano, si attraversano. Le stanze non si percorrono, si abitano mentalmente. È un ribaltamento: il visitatore non osserva la mostra, ma è la mostra a osservare il visitatore, a misurarlo con le sue paure, la sua ironia, il suo rapporto con l’invisibile. Il castello diventa così un dispositivo poetico: una macchina del tempo priva di nostalgia. Qui il Medioevo non è un’epoca conclusa, ma un serbatoio simbolico sempre attivo, un linguaggio che parla di animale e divino, di bene e di grottesco, di paura e di preghiera, di terra e di aldilà. Empatico, oscuro, umano.

L’attualità emotiva del luogo

Uscendo nel cortile, dove il vento porta con sé il profumo delle montagne e il rumore lontano della Dora, si ha la sensazione che il castello non si lasci mai completamente alle spalle. Lo si lascia alle spalle, ma lui continua a guardarci. Attraverso 171 paia di occhi di legno, attraverso santi scrostati e mostri sorridenti, attraverso un Medioevo che non smette di inventare linguaggi per parlare al futuro. E allora si comprende che il vero incanto di Sarriod de La Tour non è la sua età, ma la sua attualità emotiva. Qui non si visita una storia, la si riconosce.

Informazioni

  • Indirizzo: Loc. Tâche, 11010 Saint-Pierre (AO) 
  • Orari di apertura indicativi:
  • Da aprile a settembre: ore 9:00-19:00 (martedì-domenica) 
  • Da ottobre a marzo: ore 10:00-13:00 e 14:00-17:00 (martedì-domenica)

Sibilla Panfili

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