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Trent’anni di Celtica, il festival che ai piedi del Monte Bianco trasforma un bosco in un mondo parallelo. Intervista con Laura Piatti

Dal 2 al 5 luglio 2026 il festival ha celebrato la sua trentesima edizione. Nato quasi per gioco da un gruppo di amici appassionati di cultura celtica, il festival è diventato negli anni un’esperienza collettiva capace di richiamare migliaia di persone da tutta Europa tra musica, spiritualità, natura e senso di comunità.

Ci sono luoghi che sembrano appartenere a un altro tempo. Il Bosco del Peuterey, in Val Veny, è uno di questi. Qui il vento attraversa i larici secolari portando con sé il profumo della resina e della terra bagnata. Il ghiacciaio del Monte Bianco domina l’orizzonte con una presenza quasi irreale. La sera, quando il sole cala dietro le montagne, il bosco si illumina di torce, il suono delle cornamuse si diffonde tra gli alberi e migliaia di persone si ritrovano in silenzio attorno al fuoco. È in questo scenario che, dal 2 al 5 luglio 2026,  celebrerà i suoi primi trent’anni. Tre decenni in cui quello che era nato quasi come un raduno tra amici è diventato uno dei festival più identitari e riconoscibili dell’arco alpino, capace di attirare oltre 13mila visitatori e di trasformare, per quattro giorni, un bosco ai piedi del Monte Bianco in un luogo sospeso tra realtà e immaginazione. Ma ridurre Celtica a un festival musicale sarebbe un errore. Per chi lo vive, Celtica è soprattutto un’esperienza emotiva. Una pausa dal rumore del mondo. Un luogo dell’anima.

L’intuizione di un gruppo di amici

«All’inizio non pensavamo assolutamente di creare quello che Celtica è diventata oggi», racconta Laura Plati, cofondatrice e direttrice generale del festival. «Eravamo semplicemente un gruppo di amici appassionati di cultura e tradizioni celtiche.» Negli anni Novanta quel gruppo si ritrovava regolarmente in Valle d’Aosta per celebrare le quattro festività del calendario celtico. «Ci incontravamo in luoghi di montagna bellissimi, anche piuttosto difficili da raggiungere. Durante una di quelle feste nacque l’idea di condividere quel mondo anche con altre persone.» Laura all’epoca aveva ventisette anni. «Eravamo giovanissimi. Volevamo creare qualcosa che permettesse di vivere quella cultura non in modo folkloristico, ma autentico.» La prima edizione fu organizzata quasi come una scommessa. «Pensavamo a una festa aperta ad amici e appassionati. Poi arrivarono 2.500 persone.» Da quel momento il progetto iniziò a crescere rapidamente.

Il Monte Bianco come “altare della natura”

Fin dall’inizio, però, una cosa fu chiara: Celtica non avrebbe potuto esistere in qualunque luogo. Il Bosco del Peuterey e la Val Veny non furono scelti soltanto per la loro bellezza. «Per noi il Monte Bianco rappresentava quasi un altare della natura», spiega Laura. «La cultura celtica ha un legame profondissimo con gli elementi naturali, con il bosco, con la montagna, con il senso del sacro legato ai paesaggi.» La forza di Celtica nasce ancora oggi proprio da questa relazione quasi simbiotica con il luogo che lo ospita. «Io dico sempre che il 90% della riuscita del festival dipende dalla location. Noi, rispetto ad altri festival, partiamo avvantaggiati perché qui il paesaggio crea già da solo una magia incredibile.» Ed è difficile darle torto. Per arrivare al festival bisogna percorrere la Val Veny fino quasi ai piedi del Monte Bianco. Non ci si imbatte in Celtica casualmente. Bisogna volerci arrivare. E forse è anche questo che rende il pubblico così particolare.

Un pubblico che cerca qualcosa di diverso

Negli anni il festival è cambiato profondamente. Se nelle prime edizioni il pubblico era composto soprattutto da appassionati di musica folk, rievocazione storica e cultura celtica, oggi Celtica attira persone molto diverse tra loro. Famiglie con bambini piccoli, giovani viaggiatori, escursionisti, appassionati di spiritualità, amanti della montagna, curiosi arrivati da tutta Europa. «Credo che oggi molte persone vengano a Celtica per sfuggire al caos della città», riflette Laura. «Cercano un’esperienza di riconnessione, una forma di benessere che forse solo la montagna riesce ancora a offrire.» Il festival si è trasformato così in un contenitore culturale molto più ampio rispetto alle origini. Accanto ai concerti oggi convivono workshop, conferenze, attività per bambini, danze, incontri, artigianato, laboratori e momenti esperienziali immersi nel bosco. «Siamo passati da un festival quasi esclusivamente musicale a un evento capace di coinvolgere tutte le generazioni.» Uno degli spazi più amati è il Bosco Incantato, dedicato ai bambini. «Oggi Celtica è diventato un festival molto familiare. I bambini trovano il loro mondo, ma anche gli adulti e persino i nonni riescono a vivere l’esperienza in modo personale.»

“Le persone comprano i biglietti ancora prima di conoscere il programma”

La trasformazione del pubblico si percepisce anche in un altro dettaglio significativo. «Quando apriamo le prevendite», racconta Laura, «vendiamo già moltissimi biglietti ancora prima di annunciare il programma o gli artisti.» Un dato che racconta molto bene il rapporto che il festival ha costruito con chi lo frequenta. «Le persone vengono sulla fiducia. Sanno già che troveranno qualcosa che fa stare bene.» Non è un caso che molti visitatori tornino ogni anno. Per alcuni Celtica è diventato un appuntamento fisso. Una sorta di rito personale.

La musica come esperienza e non come spettacolo

Anche la scelta artistica segue una filosofia precisa. «Noi non cerchiamo semplicemente gruppi che facciano musica celtica», spiega Laura. «Cerchiamo artisti che abbiano qualcosa da raccontare.» Nel tempo la scena folk internazionale si è contaminata con rock, elettronica e sonorità moderne. Celtica ha accolto queste evoluzioni, ma cercando sempre di mantenere un legame autentico con le radici della tradizione.

«Non ci interessa il grande nome a tutti i costi. Ci interessa capire se quell’artista riuscirà a creare un’alchimia con il pubblico nel bosco del Peuterey.» Molti musicisti, infatti, oltre ai concerti partecipano a incontri e momenti di racconto. «Ci piace che spieghino il loro percorso, il rapporto con gli strumenti tradizionali, il motivo per cui hanno scelto quella musica.» La musica, insomma, non è semplice intrattenimento. È parte di un’esperienza collettiva più profonda.

“Non ci sono estranei qui”

All’ingresso del festival campeggia una frase diventata simbolica: “Non ci sono estranei qui, solo amici che non abbiamo ancora incontrato.” Una frase che sintetizza perfettamente lo spirito di Celtica. «Vorrei che chi arriva lì riuscisse davvero a vivere quell’atmosfera», racconta Laura. «Lasciare il telefono in borsa, rallentare, guardare le persone negli occhi.» Nel bosco il segnale spesso non prende. E questa assenza di connessione digitale diventa quasi parte dell’esperienza. «Per quattro giorni il tempo smette di darti la caccia», dice. Una delle immagini più potenti del festival resta l’accensione del fuoco del venerdì sera. Migliaia di persone raccolte nel silenzio del bosco mentre le torce passano di mano in mano fino a illuminare il grande fuoco centrale. «È uno dei momenti più emozionanti. In quel silenzio collettivo succede qualcosa di molto forte.»

La macchina invisibile dietro il sogno

Dietro la magia di Celtica esiste però una macchina organizzativa enorme. Durante l’anno lavorano stabilmente circa sei-otto persone tra amministrazione, comunicazione, segreteria e organizzazione artistica. Ma durante il festival si arriva a coinvolgere circa 200 volontari, oltre a tecnici, addetti alla sicurezza, personale sanitario, artisti e collaboratori. «Il lavoro vero nel bosco inizia già a fine maggio», spiega Laura. «Il Peuterey è un luogo meraviglioso, ma non ha nulla. Dobbiamo portare tutto: strutture, impianti, palchi, servizi.» E poi c’è la parte meno romantica. «Negli anni la burocrazia è diventata sempre più pesante. Permessi, autorizzazioni, responsabilità, costi. È la parte che faccio più fatica a sostenere.» Organizzare un evento di queste dimensioni in un bosco secolare richiede un equilibrio delicatissimo.

Un festival che lascia il bosco migliore di come lo trova

Tra gli aspetti di cui Laura parla con più orgoglio c’è il rapporto con l’ambiente. «Il bosco viene lasciato meglio di come lo troviamo.» Negli anni il festival ha costruito una vera educazione collettiva alla cura del luogo. «Le persone partecipano spontaneamente alla pulizia. Alcuni chiedono addirittura i sacchi per raccogliere i rifiuti dopo i concerti.» Un comportamento raro per un evento che muove circa 13mila visitatori. «Per noi preservare il Peuterey è fondamentale. Celtica esiste grazie a questo luogo.»

L’impatto sul territorio

Nel tempo il festival è diventato anche un importante motore turistico per Courmayeur e per tutta la Valle d’Aosta. Hotel, campeggi, ristoranti, strutture ricettive e attività locali lavorano intensamente nei giorni del festival. «Molte persone scoprono la Valle d’Aosta grazie a Celtica e poi tornano durante l’anno.» Il festival collabora anche con realtà del territorio, dai castelli valdostani alla Skyway Monte Bianco. «Cerchiamo sempre di creare connessioni che valorizzino tutto il territorio.»

Il futuro dopo i trent’anni

E oggi? Cosa significa arrivare a trent’anni? Laura sorride, ma ammette anche la fatica. «Quest’anno sono davvero molto stanca.» Per la prima volta parla apertamente del passaggio di testimone. «Ogni tanto penso che sia arrivato il momento di lasciare spazio a qualcun altro. Ma non è semplice trovare persone disposte a prendersi una responsabilità così grande.» Perché Celtica non è solo creatività. È anche rischio economico, organizzazione, responsabilità giuridica, gestione continua dell’imprevisto. Eppure, nonostante tutto, il sogno continua. «Quando immagino il futuro», conclude Laura, «vedo forse una Celtica più essenziale, più vicina alle origini, ma sempre autentica.» Poi torna a parlare del bosco, delle tende aperte all’alba davanti al Monte Bianco, della musica che si sente in lontananza tra gli alberi.

E in quel momento si capisce davvero cosa renda unico questo festival. Non soltanto la musica. Non soltanto il paesaggio. Ma la capacità, rarissima, di creare uno spazio in cui le persone possano ancora sentirsi parte di qualcosa.

Arianna Pinton

Photo credits immagine di copertina: Celtica 2025, credit Olimpia Persico

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