Dal ghiaccio dell’Alaska ai boschi della Val Vény, la vita di un musher che ha fatto dello sleddog una filosofia di libertà e rispetto
Sleddog Man in Val Vény
Nel silenzio della Val Vény, quando la neve è ancora fresca e il sole filtra tra i larici, si sente un richiamo antico. È il rumore delle slitte che si preparano, il respiro caldo dei cani, la voce ferma di un uomo che li guida da una vita. Fabrizio Lovati stringe il manubrio, osserva il branco, e sussurra: «Go!». In quell’istante la neve si apre, e il viaggio comincia — come ogni mattina, da più di trent’anni.
La storia di Fabrizio Lovati, il campione
La sua storia nasce da un sogno semplice, e da una passione che non ha mai smesso di correre. «Tutto è iniziato per caso, negli anni Ottanta — racconta —. Avevo visto la pubblicità dello Stock 84 con Mike Buongiorno e quelle immagini di slitte mi avevano stregato». Quel sogno, nato davanti a uno schermo, si sarebbe presto trasformato in un percorso reale e durissimo, fatto di allenamenti, spedizioni e gare ai confini del mondo.
Il successo internazionale
Negli anni Novanta, quando lo sleddog in Italia era ancora un terreno pionieristico, Lovati era già un atleta completo: nel 1990 vince la Coppa Italia nella categoria sei cani, nel 1992 conquista il Campionato Francese di Media Distanza e quello Italiano Sprint open. Ma non si ferma: affronta l’Alpirod, la leggendaria gara da mille chilometri tra le Alpi, e diventa il primo italiano a raggiungere con una slitta trainata da cani le vette del Monte Rosa (4.554 m) e del Gran Paradiso (4.061 m). Erano gli anni d’oro dello sleddog, con sponsor, televisione e pubblico: un mondo che respirava avventura e libertà.
L’incidente e la ripartenza
Poi, come spesso accade nelle vite vere, arriva l’imprevisto. Nel 1996 un grave incidente stradale lo costringe a fermarsi. Un ginocchio compromesso, un futuro incerto. Ma Lovati non si arrende: «Il dolore è una montagna, e le montagne si scalano». Riparte dalla Scandinavia, trasferendo il suo canile in Finlandia. In pochi anni vince il Campionato Norvegese di Media Distanza, gareggia ai Mondiali e diventa Campione del Sud America nella corsa Andirond ’99 in Patagonia, l’unico europeo invitato a partecipare.
La leggenda delle leggende
Il punto più alto arriva nel 2004: la Iditarod Trail, la corsa di 1.800 chilometri che attraversa l’Alaska da Anchorage a Nome. È la leggenda delle leggende, nata sulla scia della storica spedizione di Balto. Lovati la conclude in dieci giorni e ventidue ore, classificandosi tra i primi trenta e diventando il musher italiano più veloce di sempre. Tornerà altre due volte su quel tracciato, sfidando il gelo, la fatica e la solitudine. «Lì capisci che la forza non è nei muscoli, ma nella testa. E nei cani: sono loro a insegnarti a non mollare mai.»
Dalle competizioni a Dog Sled Man
Dopo aver partecipato e vinto tutte le corse del mondo, Fabrizio ha trasformato quella disciplina estrema in un’esperienza accessibile, ma autentica. Nel 2008 fonda Dog Sled Man, la sua base nella Val Vény, dove turisti, famiglie e aziende possono provare a guidare una slitta trainata da husky, sotto la sua supervisione e con la massima cura per il benessere animale. Non è una giostra, tiene a precisare. «Ogni cane corre una volta al giorno, mai di più. Chi viene qui lo fa per vivere un sogno, non per assistere a uno spettacolo.»
La giornata tipo nei boschi innevati
La giornata comincia al mattino presto, con il briefing sulla sicurezza, poi si parte verso il bosco. Le slitte scivolano sul bianco, i cani tirano con energia felice, e il Monte Bianco osserva, maestoso. L’esperienza dura due ore e mezza: tempo sufficiente per entrare in un mondo sospeso, dove il rumore della città si dissolve e resta solo il respiro della neve. Dog Sled Man non è solo turismo: è una scuola di equilibrio, di fiducia e di empatia. Gli husky non sono strumenti, ma compagni. Hanno nomi, storie, caratteri diversi. Sono i protagonisti di un’avventura che unisce natura, sport e rispetto.
Piccoli gruppi per tutelare i cani
Durante la stagione, che va da dicembre a marzo, Lovati limita le corse a piccoli gruppi: massimo sei persone per slot, tre slot al giorno. «Non lavoriamo per numeri, ma per emozioni», spiega. E chi lo conosce sa che non è una frase di marketing: è un credo. Ogni decisione — dal numero di cani al tipo di percorso — ruota intorno al loro benessere. Quando le temperature salgono, le slitte si fermano, anche se la neve resta abbondante. «Un cane felice corre meglio di qualsiasi atleta allenato.»
Un punto di riferimento inimitabile
Oggi, tra i boschi di Courmayeur, Dog Sled Man è diventato un punto di riferimento per chi vuole vivere la montagna in modo diverso: team building aziendali, attività con bambini, progetti di pet therapy. E soprattutto, il contatto con un uomo che ha attraversato il mondo spinto da una passione pura. Lovati lo sa: il tempo dei record è passato, ma non quello delle storie. «Forse non parteciperò più alle grandi corse, ma ogni volta che vedo i miei cani correre sulla neve, capisco che la mia sfida continua.»
Fabrizio Lovati e la sua passione
Nel suo sguardo c’è la calma di chi ha vinto molto più di una gara. Ha vinto la possibilità di vivere secondo il ritmo della natura, di riconoscere nei suoi cani la propria forza, e di condividere quella libertà con chi ancora sogna, magari davanti a una finestra innevata. Perché lo sleddog, come la vita, non è una corsa contro il tempo. È una corsa con il cuore, fianco a fianco con chi sa dove andare.
Arianna Pinton





































