Nel nome di Adolfo Beria di Argentine, tra cultura, diritto e futuro alpino. Ne parlano il professor Domenico Siniscalco, presidente della Fondazione, e il dottor Lodovico Passerin d’Entrèves, presidente del Comitato scientifico.
Fondazione Courmayeur Mont Blanc: 35 anni dalla fondazione
Ci sono anniversari che si misurano in anni, e anniversari che si misurano in eredità. Quello della Fondazione Courmayeur Mont Blanc appartiene a questi ultimi: trentacinque anni di attività, oltre settecento eventi, un metodo che ha unito rigore accademico e capacità di dialogo con il grande pubblico, e – soprattutto – una visione nata dall’intuizione di un uomo, Adolfo Beria di Argentine, di cui nel 2025 ricorre il venticinquesimo anniversario dalla scomparsa.
Chi era Adolfo Beria di Argentine
Beria di Argentine, giurista, intellettuale e uomo delle istituzioni, aveva compreso con straordinario anticipo che Courmayeur — già capitale naturale dell’alpinismo e del turismo internazionale — poteva diventare anche un laboratorio di idee, un luogo dove l’alta riflessione su diritto, economia, politica e società potesse incontrare cittadini, studenti, studiosi, amministratori, professionisti. Una cultura non elitaria ma fertile, non isolata ma permeabile al contemporaneo, non distante ma radicata nel territorio alpino e al tempo stesso pienamente europea. Quell’intuizione si trasformò nel 1990 nella Fondazione Courmayeur Mont Blanc, un organismo che nel corso degli anni ha evoluto linguaggi, temi e strumenti, senza mai tradire l’essenza originaria.
Domenico Siniscalco, presidente dell’ente
«Il mondo è cambiato, e anche la Fondazione è cambiata», riflette oggi il professor Domenico Siniscalco, presidente dell’ente, «ma il valore più duraturo resta la qualità dell’offerta. Un equilibrio complesso tra livello culturale e capacità di divulgare, tra rigore specialistico e pubblico generale.» Un bilanciamento che non è formula astratta, ma pratica quotidiana: da un lato la piazza dell’Ange che nelle serate di agosto accoglie gli incontri pubblici dei Protagonisti a Courmayeur, dall’altro i convegni specialistici — come il tradizionale Convegno di diritto civile di settembre — capaci di riunire giuristi, accademici, alti esponenti istituzionali. «Serve un linguaggio che parli a tutti, senza smarrire profondità», sottolinea Siniscalco. «Luoghi pieni di pubblico, ma anche discussioni scientifiche solide: è questo il nostro metro di successo». E nel 2025 il Convegno giuridico affronta uno dei nodi più sensibili del nostro tempo: il rapporto tra Stato e mercato, la ridefinizione del perimetro pubblico nell’economia, il ritorno dell’intervento governativo nei meccanismi di mercato, anche alla luce dei nuovi equilibri europei. Temi che — come ricorda Siniscalco — esprimono perfettamente la vocazione della Fondazione a interpretare il presente con un approccio multidisciplinare. «È un metodo che sento profondamente in continuità con la visione di Beria di Argentine», aggiunge, «quello sguardo capace di tenere insieme prospettive diverse, non per ibridarle, ma per farle dialogare».
Lodovico Passerin d’Entrèves, presidente del Comitato scientifico
A declinare il valore scientifico di questo dialogo è il dottor Lodovico Passerin d’Entrèves, presidente del Comitato scientifico, che pone il focus sullo strumento giuridico oggi più discusso: il Golden Power, cioè il potere dello Stato di intervenire per tutelare asset strategici nazionali. «È uno strumento potente, necessario», spiega, «ma che richiede trasparenza e chiarezza, perché può trasformarsi in dirigismo se usato oltre la difesa dell’interesse strategico.» La sfida odierna — ricorda Passerin d’Entrèves — consiste nel non smarrire l’equilibrio tra tutela nazionale e principi europei di libera circolazione, concorrenza, mercato aperto. «Il rapporto tra autorità governative e autorità indipendenti, specialmente nei settori bancario e assicurativo, è destinato a essere sempre più stretto, complesso e delicato. È qui che si gioca il futuro del diritto pubblico dell’economia.» Restare luogo di riferimento in questo scenario in continuo movimento non è un risultato casuale. Per il presidente del Comitato scientifico, le ragioni risiedono in una scelta originaria: «Dotare la Valle d’Aosta di un centro di ricerca aperto al mondo». Intuizione dei fondatori — Beria, De Rita e Predieri — che la Regione e il Comune di Courmayeur sostennero fin dall’inizio, dando vita a una istituzione capace di espandersi per cerchi concentrici: ricerca, divulgazione, relazioni istituzionali, osservatori permanenti come quello sul sistema montagna “Laurent Ferretti”, progetti pluriennali su rischio in montagna, turismo accessibile, architettura alpina, agricoltura d’alta quota.
Una sede prestigiosa nell’ex Hotel Ange
Un’intensità progettuale che ha trovato casa fisica nell’ex Hôtel Ange, restaurato dalla Fondazione e trasformato in centro culturale vivo, dove trova spazio anche la Biblioteca delle Montagne, tremiladuecento volumi che custodiscono memorie, studi, visioni, geografie umane delle Alpi. Raccontare trentacinque anni di Fondazione significa però, soprattutto, raccontare il profilo di un’idea più ampia: che la montagna non è solo paesaggio, sport, ospitalità, cartolina. La montagna è sistema, geopolitica, risorsa culturale, laboratorio di sostenibilità, frontiera scientifica, patrimonio sociale ed economico. Lo aveva compreso Beria di Argentine, la cui visione torna oggi come bussola: non un’eredità impolverata, ma un progetto ancora in svolgimento. Se Courmayeur è oggi una delle capitali italiane della riflessione sul futuro dei territori alpini, sul rapporto tra economia e comunità, sul diritto applicato ai grandi cambiamenti del nostro tempo, è perché quella scintilla iniziale non si è mai spenta. Si è fatta metodo, linguaggio condiviso, luogo fisico, narrazione collettiva. E in fondo è questo il significato più profondo degli anniversari: non contare il passato, ma misurare quanto futuro resta da costruire.
Arianna Pinton