Dal suo laboratorio che profuma di essenze lo scultore valdostano Peter Trojer racconta la passione che lo spinge a creare arte

Nel cuore della Valle d’Aosta, tra le montagne che sanno di resina e silenzio, Peter Trojer dà forma a un mestiere antico e profondamente radicato: quello dello scultore del legno. Ma definirlo artigiano è riduttivo: nel suo laboratorio, il legno non è solo materia da lavorare, è un interlocutore vivo, da ascoltare e da interpretare. «Ho iniziato quasi per gioco», racconta.
«Mi affascinava la natura stessa del legno: un materiale vivo, con la sua storia, le sue venature, il suo profumo. All’inizio mi divertivo a creare piccoli oggetti, poi sono arrivati i mobili, le sculture, gli elementi d’arredo. E a quel punto la curiosità si è trasformata in passione.» La sua prima vera bottega risale al 2003. Da allora, ha continuato a scolpire, a conoscere il legno in profondità, ad affinarne la lavorazione sia con le macchine moderne sia — e forse soprattutto — con gli strumenti della tradizione: scalpelli, mazzuoli, raspe.
Il legno per lui è un alleato e una sfida continua. «Ogni essenza reagisce a modo suo», spiega. «Il tiglio, per esempio, è perfetto per le sculture: è chiaro, compatto, si lavora bene e non cambia colore con il tempo. Il cirmolo — o pino cembro — invece è più profumato, più tenero, ma ricco di nodi. Ha una personalità forte, e scolpirlo significa anche accettare che, col tempo, il legno cambierà. Si ossida, si trasforma, come se continuasse a raccontare qualcosa anche dopo che hai finito di lavorarlo.»
Nel suo laboratorio a Courmayeur, Peter crea su misura per chi cerca un arredo unico, ma anche per chi desidera una scultura che racconti qualcosa di intimo. «Ogni progetto nasce da un disegno. A volte ho un’idea precisa in testa e cerco il legno giusto per realizzarla. Altre volte è il legno stesso a suggerirmi la forma: un nodo, una crepa, una curva naturale mi parlano, e da lì nasce la figura.»

Le sue opere spaziano da elementi d’arredo moderni — tavoli, librerie, panche scolpite — a sculture vere e proprie, che vanno dall’astratto al figurativo. A volte una semplice tavola può diventare un volto, una carezza, un ricordo. «Non tratto il legno con vernici o cere. Mi piace che chi guarda o tocca una mia opera senta il materiale per com’è: grezzo, naturale, vero. Anche le imperfezioni fanno parte della bellezza.»
Peter ama definirsi sia artista sia artigiano. «Sono entrambe le cose. Un artigiano ha le mani, un artista ha anche il cuore. Io cerco di tenere insieme le due anime: la precisione tecnica e la libertà creativa. E penso che molti artigiani siano artisti senza saperlo, e che molti artisti abbiano bisogno di quella disciplina che è propria dell’artigianato.» Alla base di tutto, c’è un legame profondo con la montagna e con la natura. Fin da bambino andava per boschi, raccoglieva rami, osservava le piante.
«La montagna mi ha dato la materia prima e anche il modo di guardare le cose. Quando cammino nei boschi, spesso trovo tronchi, radici o rami che mi ispirano. Li porto nel laboratorio e li lascio lì per un po’. È come se li ascoltassi. E poi, un giorno, capisco cosa vogliono diventare.» Il legno proviene in parte dalla Valle, ma soprattutto da fuori. «Purtroppo la nostra filiera locale non riesce ancora a supportare le esigenze di chi lavora tanto. Il Trentino-Alto Adige, per esempio, ha vallate più ampie e meglio attrezzate per la coltivazione e la lavorazione del legname. Qui da noi, le montagne sono subito a ridosso della valle, ed è difficile creare piantagioni estese.»
Nonostante ciò, Peter continua a portare avanti una visione molto radicata nel territorio. Collabora con altri artigiani, partecipa regolarmente alla Fiera di Sant’Orso — la più importante manifestazione artigiana della Valle, giunta ormai a superare il millennio di edizioni — e tiene aggiornato il suo sito (www.petertrojer.it) e il profilo Instagram (@petertrojer_atelier) dove pubblica opere, work in progress e dettagli delle lavorazioni.
«Sto organizzando anche una piccola esposizione permanente», aggiunge. «Per ora ho alcune opere a casa e altre in laboratorio. Ma il mio sogno è avere uno spazio accessibile a tutti, dove le persone possano vedere, toccare, annusare il legno. Perché questo lavoro va vissuto con tutti i sensi.» Quando gli si chiede cosa spera di trasmettere con le sue opere, Jean-Pierre non ha dubbi.
«Emozione. Non importa se è una figura astratta o un volto preciso: quello che conta è che chi guarda la scultura senta qualcosa. Il legno ha già vissuto. Il mio compito è solo quello di far emergere la sua storia, e magari intrecciarla con quella di chi osserva.» In un’epoca in cui la velocità e l’effimero sembrano regnare, Peter lavora con lentezza e profondità. E ci ricorda che un pezzo di legno, se ascoltato con rispetto, può diventare una voce. Magari anche la nostra.
Arianna Pinton
credit photo: Stevephoto.studio, Stefano Venturini