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Dal Maine alle Alpi, il viaggio pittorico e spirituale di Marsden Hartley ci guida dentro una storia più ampia: quella delle montagne come muse. Dal mondo fluttuante di Hokusai al romanticismo di Friedrich, dal simbolismo di Segantini al modernismo di Cézanne: un atlante sentimentale di paesaggi interiori

Friedrich Caspar David

Ci sono artisti capaci di catturare l’essenza dei loro soggetti in un singolo istante; altri, invece, li inseguono per tutta la vita, rivelandoli ogni volta in nuove forme e incarnazioni. Marsden Hartley (1877–1943) è stato uno di questi. Nato nel Maine, pittore solitario e visionario, Hartley ha trasformato la montagna da semplice soggetto a linguaggio espressivo, facendo del paesaggio un autentico autoritratto interiore. Il paesaggio ha da sempre un ruolo centrale nell’arte americana: già a metà Ottocento, la Hudson River School contribuì a forgiare l’identità culturale e naturale degli Stati Uniti attraverso paesaggi grandiosi e incontaminati. Artisti come Albert Bierstadt e Thomas Cole dipinsero montagne maestose e drammatiche, simboli della conquista della natura selvaggia e del sublime. Una celebrazione della vastità e della potenza del territorio in un momento cruciale dell’espansione nazionale: i loro paesaggi diventarono presto strumenti fondamentali nella narrazione del “sogno americano”.

Ma questa non è solo una storia americana: il viaggio artistico di Hartley dimostra come la montagna sia stata per molti artisti una vera e propria Musa, attraversando confini geografici e culturali, dalle Alpi al Monte Fuji fino ai paesaggi del New Mexico. Un legame profondo e duraturo, fatto di ispirazione, mistero e forza.

Per Hartley tutto comincia da un’immagine: nel 1903, sfogliando la rivista svizzera “Jugend”, rimane folgorato dalle opere di Giovanni Segantini. Quelle pennellate brevi, intrecciate come fili di luce, lo conquistano. Guidato dalle letture di Emerson, Thoreau e Whitman, Hartley abbraccia un’idea spirituale e trascendentale della natura. Decide così di stabilirsi nel suo Maine, ritirandosi in una vecchia capanna nella Stoneham Valley: qui nascono le sue prime tele neo-impressioniste, dove le montagne iniziano a imporsi come protagoniste. L’attenzione per la superficie pittorica, scandita da tocchi brevi e luminosi, rivela l’influenza diretta del ‘ricamo’ segantiniano, che Hartley considerava «l’unico artista ad aver messo lo spirito della montagna sulla tela». A questa lezione si univa poi l’eleganza rarefatta delle stampe giapponesi, così presenti nel gusto visivo del tempo.

Il “momento Segantini” evolve nella meno luminosa serie delle “Dark Mountains”, riflesso di un’anima più tormentata e inquieta, ma il legame con il maestro non si spegne mai. Nel 1932, Hartley scriverà una lettera poetica rivolta proprio a Segantini e a Ferdinand Hodler (cantore dell’Oberland bernese) per esprimere quanto il loro approccio simbolico e spirituale abbia influenzato la sua visione:

«All’inizio della mia modesta carriera, Monsieur Segantini, è stato lei a offrirmi la mia prima vera comprensione della montagna in generale, e delle “mie” montagne in particolare… Ho capito che lei comprendeva così a fondo l’essenza concreta delle cose, che la semplice anima umana penetrava la sostanza di tutto, toccando una sorta di altezza che è quasi fisica.»

Tornato a New York per l’inverno, Hartley frequenta la Galleria 291 di Alfred Stieglitz, uno degli spazi più innovativi e influenti per l’arte moderna negli Stati Uniti. È qui che entra in contatto con i linguaggi di Matisse, Picasso e soprattutto Cézanne, figure fondamentali nella formazione della sua visione pittorica. Attraverso di loro, Hartley abbandona progressivamente le tematiche spirituali e religiose in favore di una riflessione sempre più profonda su forma, struttura e astrazione. È però in Europa che approfondisce questi temi, dapprima a Parigi, tappa quasi obbligata di ogni artista americano, e poi a Berlino, dove nascono i celebri “war motifs”, opere che segnano un passaggio decisivo verso il modernismo. Suggestioni emersoniane, influenze simboliste e un approccio più strettamente biografico dettano una nuova fase della sua carriera. Hartley muta sempre, e anche quando sembra aver raggiunto un vertice espressivo, il suo linguaggio non si cristallizza mai: continua a evolversi, a cercare nuove strade,

Il soggiorno nel New Mexico, periodo di intensa esplorazione e reinterpretazione del paesaggio americano, segna un momento di profondo raccoglimento creativo. Ma il ritorno negli Stati Uniti è solo una parentesi: negli anni Venti Hartley riparte per la Francia e, nell’estate del 1926, si stabilisce ad Aix-en-Provence, luogo permeato dallo spirito di Cézanne, che lì aveva vissuto gran parte della sua vita e dipinto i suoi migliori paesaggi. Prende in affitto un alloggio nella stessa proprietà dove Cézanne aveva il suo studio, avendo così la possibilità di contemplare la vista del Mont Sainte-Victoire, un motivo ricorrente nell’opera del pittore francese, rappresentato in almeno ottanta dipinti. Per Hartley, questa scelta è più che geografica: è un gesto simbolico di appartenenza a una tradizione artistica che egli cerca di reinterpretare e da cui attingere forza per definire la propria identità di artista moderno e americano.

Nuovo decennio, nuovi orizzonti. Negli anni Trenta Hartley esplora i paesaggi “druidici” di Dogtown, in Massachusetts (“un incrocio tra l’Isola di Pasqua e Stonehenge”), e le distese potenti del Messico, dove dipinge vedute drammatiche del vulcano Popocatépetl. Ma è l’Europa a chiamarlo ancora una volta con forza irresistibile. Nel 1933, quasi cinquantasettenne, Hartley soggiorna a Partenkirchen, in Baviera, dove si immerge con entusiasmo nel paesaggio alpino e nelle tradizionali passeggiate della regione.

Ma la Germania non è soltanto paesaggio, bensì anche un ricco serbatoio della cultura artistica europea. Durante un soggiorno a Monaco, Hartley visita l’Alte Pinakothek e si mostra particolarmente entusiasta davanti alla “Madonna con il Garofano” di Leonardo da Vinci, descrivendo il paesaggio sullo sfondo come «uno dei migliori paesaggi mistico mai realizzati». Osserva anche la collezione di pittura del XIX secolo alla Neue Pinakothek, che contiene esempi delle risposte degli artisti tedeschi a quello stesso paesaggio bavarese. È qui che, oltre all’amato Segantini, incontra le opere di romantici tedeschi come Caspar David Friedrich e il suo celebre “Viandante sul mare di nebbia”, opera romantica per eccellenza. È un momento delicato per riscoprire Friedrich, in quegli anni al centro di una vera e propria strumentalizzazione ideologica da parte del regime nazista. L’appropriazione politica ne oscurò la sua figura per decenni e solo negli anni Settanta la critica tornò a rivalutarlo, riconoscendo in lui l’inizio di una tradizione pittorica che si estende fino a Rothko: le nebbie sulle cime prenderanno la forma delle campiture di colore dell’Espressionismo Astratto.

Come tutti i suoi soggiorni europei, anche questo viene interrotto dalla mancanza di fondi, dovuta a una serie di difficoltà: da un lato, Hartley viaggia quasi costantemente in Europa senza riuscire a consolidare un mercato solido negli Stati Uniti; dall’altro, la sua continua sperimentazione e il frequente cambiamento di stile, pur arricchendo la sua ricerca artistica, non favoriscono una stabilità commerciale. Abbandonato così il progetto di un viaggio in Svizzera per studiare Hodler e Segantini — «gli unici due che abbiano veramente compreso le montagne applicate all’arte» — torna in America, stabilendosi prima in Nova Scotia, terra di coste aspre, pescatori e silenzi profondi, per poi tornare nel Maine, la sua vera casa interiore. Qui si apre una nuova fase della sua pittura: Hartley diventa “il pittore del Maine”. Il suo totem personale è adesso il Monte Katahdin, maestoso, remoto, isolato. Questa vetta solitaria, che segna il punto più settentrionale dell’Appalachian Trail, diventa il cuore pulsante della sua arte. Katahdin è molto più di una montagna: è una presenza viva, un simbolo spirituale: Hartley la dipinge più volte tra il 1939 e il 1943, negli ultimi anni della sua vita. La guarda con la stessa venerazione con cui Hokusai osservava il Fuji o Cézanne la Sainte-Victoire. Katahdin non è un semplice picco del Maine: è la sua montagna sacra.

Come in una conversazione ad alta quota tra spiriti affini, uniti dalla medesima vocazione per la montagna come luogo dell’anima, così scriveva Hartley a Hodler e Segantini: «La montagna è qualcosa che richiede un’intelligenza speciale, soprattutto nel campo dell’arte. Una montagna non è uno spazio: è un corpo circondato da eteri infiniti. Vive una sua vita, come il mare e il cielo, ma se ne distingue perché le forze silenziose del tempo possono fare ben poco per alterarla. Le cose sono meravigliose quando vengono lasciate in pace.» •

Didier Falzone

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