Guida alpina e tecnico di elisoccorso, ha trasformato la montagna nella sua vita e nella sua vocazione.
All’aeroporto di Aosta l’aria del mattino ha un suono diverso: è un vento sottile che si mescola all’eco delle pale, ai passi misurati degli uomini in jacket giallo, all’odore di carburante e neve. In quell’istante sospeso tra terra e cielo, la giornata di Gianluca Marra, guida alpina e tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino Valdostano, è già iniziata.
Originario di Aosta e oggi residente a Morgex, Gianluca ha trasformato la montagna nella sua vita e nella sua vocazione. Prima di arrivare a questo mestiere estremo, ha percorso una lunga strada fatta di disciplina, coraggio e passione: «Ho fatto il militare nella Folgore, nei corpi speciali dei paracadutisti» racconta. «Erano i primi anni Duemila. Mi ha insegnato il lavoro di squadra, la gestione del rischio, la lucidità. Poi, quando sono tornato a casa, avevo già la testa in montagna».
Diventare tecnico di elisoccorso, in Valle d’Aosta, non è un traguardo facile. «Il soccorso alpino valdostano nasce qui, è una cosa seria. È composto solo da guide alpine: prima devi diventarlo, poi superare la selezione per entrare nel corpo e infine formarti come tecnico di elisoccorso». Gianluca lo ha fatto alla fine degli anni Novanta, quando il lavoro era ancora più fisico, e la tecnologia meno affidabile. Da allora sono passati oltre vent’anni, ma la passione – e la responsabilità – sono rimaste le stesse.
Oggi lavora tutto l’anno, senza stagioni né tregue: turni di giorno e di notte, reperibilità costante da capostazione del soccorso alpino di Courmayeur, interventi con ogni condizione. «Da quest’anno abbiamo anche il servizio notturno. È un bell’impegno: capita di essere chiamati alle sette del mattino o nel cuore della notte, quando la montagna dorme ma noi no». A bordo dell’elicottero, insieme a pilota, medico e personale sanitario del 118, il tecnico di soccorso è l’anello che unisce la competenza alpinistica alla rapidità dell’intervento. «Siamo sempre in due guide a bordo. È il nostro punto di forza: conosciamo l’ambiente, la neve, le pareti. Ma i rischi ci sono, e bisogna accettarli. L’imprevisto fa parte del nostro lavoro.»
I mesi invernali sono segnati dalle chiamate sulle piste da sci, cadute, valanghe, incidenti su pendii gelati, cascate di ghiaccio o vie di ghiaccio in alta montagna. L’estate, invece, porta con sé un altro tipo di fatica: «Gli interventi diventano più tecnici, su ghiacciai e pareti, dove servono capacità alpinistiche. Il livello d’impegno è altissimo, ma siamo tutti guide, quindi l’aggiornamento è costante».
Quando l’allarme scatta, non c’è tempo per pensare. L’elicottero decolla, il rumore si fonde con il battito del cuore. «Il pilota alza lo sguardo, noi controlliamo corde, casco, imbraghi, lo specialista, il verricello. In quota tutto cambia in un secondo: luce, vento, direzione. Ti serve freddezza. Una volta scesi, ci muoviamo come una cordata. È una danza fra precisione e istinto.»
Ogni intervento lascia un segno, ma non tutti si ricordano per la drammaticità. Alcuni restano per un dettaglio: un respiro ritrovato, uno sguardo salvato. «Quando torni in base e il paziente è in salvo, ti siedi sul verricello e guardi la valle che si sveglia. In quel momento capisci che il salvataggio non finisce quando scendi dall’elicottero, ma quando anche tu ti fermi e ringrazi.»
Marra sa che la montagna di oggi non è più quella di vent’anni fa. «Il clima è cambiato. Una volta le stagioni erano stabili, ora non più: una settimana fa caldo, quella dopo gela. Alcune vie alpinistiche non esistono nemmeno più, crollate o rese instabili dal disgelo. Questo rende il nostro lavoro più complesso e gli imprevisti più frequenti.»
A cambiare è anche il modo in cui le persone si avvicinano alla montagna: «C’è più informazione, ma anche più improvvisazione. I social mostrano panorami spettacolari, ma chi li guarda spesso non ha idea di cosa significhi arrivarci. Si vedono persone equipaggiate di tutto punto, ma senza esperienza, che seguono tracce GPS senza sapere cosa fare se perdono il segnale e l’itinerario presenta le condizioni più difficili del previsto. La tecnologia è utile, ma non sostituisce la conoscenza e capacità. Bisogna tornare a imparare, ad affidarsi a professionisti, a rispettare la montagna. La montagna detta le regole, e tutti noi dobbiamo cercare di rispettarle.»
Nonostante la fatica, l’impegno e le ore di volo, Gianluca non ha mai smesso di cercare il lato più autentico della sua passione. Quando non è in turno, torna a essere “solo” una guida alpina. Insieme al collega Niccolò, continua ad aprire nuove vie sulle pareti del Monte Bianco: «L’ultima l’abbiamo tracciata sotto la Schiena d’Asino. Sono 600 metri di arrampicata. L’abbiamo dedicata a Luciano, un grande amico e guida, scomparso in un incidente. Chiodare, aprire, esplorare: è il nostro modo di restituire qualcosa alla montagna.»
Ogni corda, ogni decollo, ogni silenzio dopo l’intervento è parte di un equilibrio fragile tra uomo e natura. «In elicottero non puoi permetterti distrazioni» dice Gianluca. «Lavori con la consapevolezza che tutto può cambiare. Ma è anche il lavoro più bello del mondo, perché quando arrivi e sai che qualcuno tornerà a casa, capisci che ne è valsa la pena.»
La sua giornata finisce come è cominciata, con lo stesso rumore di pale nell’aria. Il cielo si tinge di arancio, la neve riflette le ultime luci, e l’elicottero torna a riposare. Gianluca lo osserva in silenzio, come si guarda un compagno di viaggio fedele. Domani sarà di nuovo qui, pronto a sollevarsi tra terra e cielo, nel fragile equilibrio dove la montagna incontra la vita.
Arianna Pinton
foto archivio Soccorso alpino valdostano