
Di Bonatti si è parlato e si parla ancora tanto. Walter ha scritto e raccontato molto della sua incredibile vita da esploratore e, anche dopo la sua morte nel 2011 si è continuato a raccontare. Sono stati narrati nuovi dettagli sulla sua vita, sull’infanzia, sulle difficoltà, sulle vittorie e sulle sconfitte di un uomo che ha vissuto appieno, che ha speso i suoi anni alla ricerca di qualcosa che va oltre il desiderio di conoscere il mondo. A raccontare Bonatti è il giornalista Angelo Ponta che, oltre a numerosi volumi sulla vita del leggendario alpinista, tra i quali In viaggio, Il sogno verticale, Scalare il mondo e la collana Bonatti-Una vita libera per il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, collabora con il Museo Nazionale della Montagna di Torino, a cui gli eredi dell’alpinista hanno donato l’archivio.

Lei è la persona più accreditata per parlare e scrivere di Walter Bonatti, visto che per anni ha avuto il privilegio di scavare nel suo immenso archivio. Come è nata la passione per la montagna e per Bonatti?
“La mia passione per la montagna non è casuale, essendo nato in una valle alpina, ma casuale è stato l’incontro con Bonatti. Nel 2011 lavoravo alla Mondadori agli speciali di Epoca. Quando arrivò la notizia della morte di Bonatti, si decise di fare un numero su di lui. Ho contattato Rossana Podestà per la prima volta e da quel momento, poiché l’archivio era nella sua casa di Dubino, ho iniziato a fare ricerca a casa sua. Con lei selezionavo le immagini, perché voleva fare un libro “suo” su Walter e mi chiese di collaborare a quello che diventò Una vita libera, firmato da lei. Anche per Rossana l’archivio è stato una scoperta e riscoperta continua. Fu molto commovente: lei parlava di lui al presente. Sono stato folgorato dall’archivio che all’epoca era una stanza privata di lui; fu come entrare in intimità con Walter. Diari, libri, appunti, lettere e leggendoli si entra in una intimità incredibile. Era come aprire l’armadio di Superman e trovare il suo mantello.

Alpinista, esploratore, giornalista, scrittore e fotoreporter. La vita di Bonatti è stata davvero eccezionale.
“In realtà è come se avesse vissuto numerose vite in un pianeta sterminato, di cui ha conservato tutto.”
Cosa trovò nell’archivio?
“Solo le foto sono 120 mila, dai negativi mai sviluppati alle piccole stampe in bianco e nero; poi le diapositive per Epoca, per il quale si è occupato come fotogiornalista per quindici anni. Ha conservato 2mila lettere nell’arco di sessant’anni, scritte a lui e mandate da lui, poiché dal caso del K2 iniziò a tenere copie di cosa scriveva agli altri. E poi sessant’anni di ritagli di giornali, da quando faceva parte del gruppetto di monzesi diciottenni sulla Grigna, cioè dal 1948 fino a un anno prima della morte.”

E i libri.
“Non solo: la sua libreria sull’alpinismo e poi l’attrezzatura in garage con scarponi, caschi, corde, piccozze e dietro una tenda c’erano pure tutte le scarpe. Mi sono innamorato della sua intimità, così la passione per l’uomo Bonatti è diventata la mia passione per la montagna.”
L’archivio era in ordine?
“Lo era ma solo per Bonatti che lo sapeva consultare. L’ordine dell’archivio veniva scombussolato quando lui teneva conferenze e gli serviva prendere foto e documenti, che poi non rimetteva a posto. Per cui, ordine e disordine. Più facile la parte degli anni di alpinismo, che era cronologica per il settimanale Epoca. Invece gli anni in montagna dell’adolescenza erano vecchie stampe con scritto niente. Consideri che il 90 percento delle foto non era mai stato usato.”

Per lei dev’essere stata un’avventura all’interno di uno scrigno.
“Bonatti era convinto che non sarebbe morto. Per cui non si è preoccupato di pensare che il suo archivio sarebbe stato consultato da qualcun altro. La cosa più difficile è stata trovare le tessere mancanti, per cui per anni ho peregrinato tra i testimoni oculari ancora viventi, dai Pell e oss a Monza, ai parenti piacentini e poi in Bergamasca quando era sfollato in Val Seriana. Ho parlato con Barzaghi al Circolino di Monza. Guardavo i suoi ritagli di giornali: i dettagli dell’abbigliamento e dell’attrezzatura mi serviva per ricostruire le date delle sue foto. Purtroppo da dieci anni non ci sono più testimoni, la stessa Rossana è mancata nel 2013. Bonatti ha scritto molti libri sulle sue avventure ma mai una autobiografia.”
Tra tutti i libri di cui lei è autore, qual è quello cui è più legato?
“A Sogno verticale, Rossana non c’era più ma l’ho realizzato con cose trovate assieme: foto magnifiche, soggetti inediti, come quelle di Walter a 19 anni alle prime arrampicate sulla Grigna di una dirompente bellezza.”

Oggi l’archivio è al Museo Nazionale della Montagna.
“Sì, quando ho iniziato a lavorarci era nella casa di Dubino. Dalla fine del 2011 per due anni c’era Rossana, poi è mancata anche lei e la casa era disabitata ma potevo comunque accedervi. Nel 2016-17 gli eredi l’hanno donato al museo. Ancora oggi, dopo tredici anni, apro un faldone e c’è ancora materiale mai visto.”
Non è stato digitalizzato?
“Parzialmente, soprattutto gli anni della montagna, lettere, ritagli, foto; gli anni successivi non ancora. Consideri che ci vorrebbero due milioni di euro per creare le camere isolate.”
Qual è l’eredità di Walter Bonatti, in un’epoca a tratti così superficiale come la nostra?
“Per quindici anni è stato il più bravo alpinista del mondo. Finita quella vita, è iniziata quella che per quindici anni lo ha portato alle foto di copertina su Epoca: faceva sognare grandi e bambini degli anni ‘60 e ‘70 con reportage a colori sull’Africa, Amazzonia, Yucatan mentre la tv era in bianco e nero. Ancora oggi quei bambini cresciuti sono legati a quei ricordi: vogliono ancora le sue storie. Alla fine degli anni ‘70 cominciò a scrivere libri sulle sue avventure e a tenere conferenze:

Walter Bonatti con l’amico Andrea Oggioni
si è narrato in prima persona. Inoltre si era legato a una delle donne più belle d’Italia: tutto in lui è stato avventura. Inoltre, la ciclica polemica sull’impresa del K2 è stata una lotta di uno contro tutti, andata avanti per mezzo secolo e che ha provocato odio o amore per Walter. Tutto ciò fa sì che ancora oggi un personaggio di questo genere resti vivo.”
Arianna Pinton